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Cinque anni senza Daft Punk: e se fosse stata la scelta giusta?

  • Immagine del redattore: YOUparti
    YOUparti
  • 12 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min
Cinque anni senza Daft Punk: e se fosse stata la scelta giusta?

Il 22 febbraio 2021 i Daft Punk si sono sciolti con un video di otto minuti nel deserto.

Nessun comunicato teatrale, nessuna intervista d’addio. Solo un’esplosione e silenzio.

Oggi, 24 febbraio 2026, sono passati cinque anni. E forse è il momento giusto per dirlo: quella fine non ha distrutto il mito. L’ha reso più forte.

Perché a differenza di tante reunion nostalgiche, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo hanno fatto una cosa rarissima nel mondo della musica: hanno chiuso quando erano ancora leggenda.



La nostalgia è un’illusione comoda


Ogni anniversario riporta a galla la stessa domanda: torneranno?

Il 2027 segnerà vent’anni da “Alive”, il tour che ha riscritto le regole dei live elettronici. L’idea di un “Alive 2027” è quasi irresistibile per chi c’era (o per chi avrebbe voluto esserci). Ma forse il punto non è questo.

I Daft Punk sono diventati iconici anche perché hanno sempre controllato la narrazione. Mai sovraesposizione, mai compromessi, mai revival forzati. Se tornassero solo per celebrare un anniversario, sarebbe davvero coerente con la loro storia?

Forse no.


Cinque anni senza Daft Punk_ e se fosse stata la scelta giusta_

Bangalter ha scelto l’arte, non il club


Se guardiamo a Thomas Bangalter, il suo percorso dice molto. Dopo la fine del duo non ha inseguito il circuito dei festival. Non ha cercato di “restare rilevante” con featuring pop.

Ha composto “Mythologies” per il coreografo Angelin Preljocaj, si è immerso nelle colonne sonore — dal film di Quentin Dupieux (aka Mr. Oizo) ai progetti dell’artista JR — e ha dimostrato che dietro il casco c’era un musicista con ambizioni ben più ampie della pista da ballo.

È tornato in consolle solo per occasioni simboliche, come la celebrazione dei vent’anni di Because Music. Non un comeback, ma un gesto di appartenenza.



Guy-Manuel è rimasto nell’ombra. Ed è perfetto così.


Guy-Manuel de Homem-Christo ha fatto l’opposto: pochissime apparizioni, tanta produzione dietro le quinte.

La sua firma compare in “Modern Jam” di Travis Scott e in “Reliquia” di Rosalía. Tracce che riportano a quel funk sporco e analogico che aveva reso “Homework” così rivoluzionario.

Si parla di un possibile album solista nel 2026. Se dovesse arrivare, non sarebbe un’operazione nostalgia. Sarebbe la naturale evoluzione di un produttore che non ha mai avuto bisogno del palco per contare.


Forse il punto non è se torneranno


Cinque anni dopo, la verità è che i Daft Punk non mancano perché sono spariti. Mancano perché non sono stati sostituiti.

La loro influenza è ovunque — nel pop, nella techno melodica, nelle produzioni mainstream — ma nessuno ha davvero preso quel posto simbolico.

E forse è proprio questo il loro colpo di genio finale: aver trasformato un’assenza in presenza costante.

Se un giorno torneranno, sarà una scelta artistica. Se non torneranno, resteranno comunque immortali.

E per una band che ha costruito la propria identità sull’essere “robot”, non è un paradosso da poco.

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